capitolo

48 (Organolessi metropolitana)

 

Il vagone del treno è una scatola di sardine a cui hanno chimicamente sottratto la puzza di pesce per sostituirla con un aroma più… metropolitano. Il pluripremiato “Eau de humanité”, geniale connubio di sudori freddi a differenti gradi di acidità, deodoranti e profumi da discount in quantità, cheesburger, merendine, borotalco e un pizzico di merda. Naturalmente quando il panico salirà in cattedra in maniera definitiva, la cacca avrà la meglio su tutto tranne che sul cheesburger.

Un naso superiore potrebbe facilmente seguire l’impanicamento, passo dopo passo, scrivere un brillante saggio dal titolo “Organolessi della paura” e balzare in cima alle classifiche dei libri più venduti dimostrando quanto, di fatto, il vero problema della gente sia ancora la tendenza dei loro sfinteri a mollare, quando il gioco si fa duro. Io no. Io non potrei, e non perché come scrittore mi sono dimostrato mediocre, benché questo sia vero, semplicemente, non ho paura.

Visto che non ho paura, neanche Nico ha paura, e questo è il motivo per cui io non ne ho. Me lo ripeto di continuo sperando di scoprire che nelle concatenazioni causa-effetto non ci siano punti deboli, ma qui è tutto un punto debole, lo so bene. E quando lo saprò meglio sarò più vicino a far crollare il “sistema” con un accesso di strizza mostruosa.

Sì, la situazione è complicata, in effetti quello scricchiolio da microfono aperto è esattamente quello che sembra. Inutile sperare che il treno riparta a breve, la locomotiva è vuota, e il tizio che la guidava, un disgustoso pervertito, dovrebbe essere in giro a gongolare per ogni gonna sotto cui riuscirà a sbirciare. Anche se non ci saranno gonne a quanto pare. Se tutti seguiranno gli ordini del maniaco, cioé.

Allora!”, volete farci ammazzare tutti!!!”

La tizia che strilla ha la voce roca, come non avesse fatto altro che urlare ma scommetto che non ha aperto bocca se non per boccheggiare. La paura del soffocamento induce a inspirare con troppa forza, e la gola si secca. Poi arriva l’afasia, e alla fine il panico.

Allora…”, i suoi vestiti producono un fruscio nervoso, le sue mani tremano mentre se ne libera. Certo. Afa e panico aiutano.

Cosa aspettate a spogliatevi, stronzeee non…!”. Deglutisce con qualche difficoltà, arrota il collo per ingoiare meglio e crolla. Un rumore inconfondibile.

La gente, tutti, lo sentono e smettono di respirare. È il panico. Urlano, si spingono, si picchiano, corrono sui finestrini tentando di aprirli e si calpestano a vicenda, nel farlo. Io… sono come sotto beta-bloccanti e Nico non ha neanche il fiatone. Non accenna a spogliarsi. Le stringo la mano e le sussurro, “brava.”

Non risponde subito ma c’è.

Dalla cabina del locomotore giungono dei suoni, finalmente. Voci maschili, decise. Si scambiano ordini. Passi spediti e di nuovo scariche elettrostatiche. Se non sono i complici del pazzo è la cavalleria. Meglio non dire niente a Nico. Alimentare la speranza non è sempre una buona idea. Il caos attorno a noi non mi tocca, non le urla, non i latrati delle vecchie, non le botte dei bestioni, non gli svenimenti a catasta e i conseguenti inciampi.

Ma la chiave che forza la toppa, e la mano sbrigativa che la spinge sì.

La voce nuova che dice, “cammina, feccia!”, sì.

Nico sorride, è il tono di voce a suggerirlo.

Arriva la cavalleria.”

Ha ragione. Le luci lampeggiano incerte per un attimo. Si stabilizzano. Ci portiamo le mani sugli occhi. Ci riabituiamo alla normalità. Il corridoio tra i sedili è pieno di corpi ammassati che si muovano come un’unica spaventosa creatura che fatica a respirare ma fa udire lo sfiato dei suoi cuori, e vedere come l’enorme schiena si solleva per crollare su se stessa.

Qualcuno sanguina, qualcuno ha qualcosa di rotto e alza la mano a segnalare il suo disagio.

La cavalleria è fatta di semplici poliziotti robusti e di altezza medio alto. Una specie di standard, si vede… e poi c’è lui. Che si guarda intorno in modo curioso, non vuole perdersene una delle facce che lo squadrano ora o si assicura che siamo noi a non perderci lo spettacolo dei suoi occhi profondi e infossati, della sua pelata quasi perfetta e del suo naso ingobbito come lui. Troppo alto e magro per non esserlo. Non è un uomo forte, non uno di quelli su cui l’evoluzione scommette, eppure si vede che se la gode, che è lì dove dovrebbe essere, poliziotti compresi.

Ora fissa la nostra fila da sinistra a destra approfittando della lentezza con cui si attraversa un vagone pieno di gente in terra. Si lascia sfuggire un sorriso, sembra non voglia mostrarlo ma qualcosa lo tranquillizza o lo attrae a tal punto da far passare in secondo piano tutto il resto. Il sorriso di prima ritorna a piegargli la bocca ma con una punta di allegra ferocia. Allunga la mano libera (l’altra è ammanettata a un agente) e indica un tizio e urla emozionato e orgoglioso. “I-io ti conosco… e anche, a te”, dice a un altro. “Ma tu… noi siamo qualcosa di più che conoscenti… dice a Nico. Lei lo guarda, poi guarda me e io guardo lui e lui dice, “ e tu? Conosco te meglio che lei… oooh molto molto megliooo”

Il suo personale carceriere e prigioniero gli molla uno scappellotto. “Taci, demente, e cammina…”, ma non ha un grande ascendente sull’uomo, si vede.

Aah… se vi conosco, conosco tutti io, eh? So che lo sapete, siamo vecchi amici, eh? Vecchi amici…”

Siamo fuori, il viso bisognoso di aria. Un venticello, un refolo, il soffio prima del ceffone. Ma è tutto fermo e non è giornata di voli, questa, l’abbiamo programmato e quello che è successo non deve cambiare le cose, credo. Siamo giusto a qualche passo da piazza Navona, se conosci Roma ci puoi arrivare da venticelliche strade e refoliche viuzze, il locale prescelto è una pizzeria economica ma buona, se ti piace la pizza/ostia alla romana, d’altra parte ha perfettamente senso se si pensa ch’è la capitale dell’universo cattolico.

Il vino fa prevedibilmente schifo, il che significa che cala rapido e indolore fino all’indomani mattina, ma nonostante la quasi sbronza quando il pizzaiolo annoiato dalle banalità dei clienti, accende la tv al plasma sul telegiornale, è perfettamente chiaro che non lo sa, ma lo fa per noi. Non che conoscere l’accaduto di qualche ora prima dalle parole di una pessima cronista aggiunga alcunché all’esperienza del quasi panico con pazzo annesso… ma vedere la foto del cattivone da giovane è interessante e sapere che è un quasi scrittore riuscito. Ovvero uno scrittore fallito dà da pensare…

Gli scrittori sono pericolosi, sai…?”, dice Nico. “È un bene che tu non valga poi un granché con la penna, no?”

Mi provoca.

Be’… il tuo racconto era decisamente meglio del mio ed è un bene, perché questo ti allontana dal destino da serialkiller in cui rischiavi di ficcarti…!”

Vuoi dire che tu potresti riuscire meglio di me, come maniaco?”

Credi di no?”

Certo. Luca non è proprio un nome da criminale…”

Ah, no? E che nome è allora?”

Non lo so, da prete, forse, da evangelista fanatico, di sicuro!”

Ma smettila, Nicoletta!”

Perché, la cosa t’infastidisce?”

Eh? No, perché dovrebbe…?”

Perché no? Non sarai uno scrittore. E ora salta fuori che anche la tua carriera da folle sicario è morta in partenza…”

Ride.

Morta non mi sembra una buona scelta terminologica…”

Noo, questa uscita da intellettuale è davvero pessima, Luchetto.”

Ah finalmente esce fuori il tuo imbarazzo per un nome che è un vezzeggiativo”

Cosa? Che vuoi dire?”

Non lo so, sei tu che hai appena svezzeggiato il mio nome. Sicura che non ci sia un moti…”

Shh!”

Il giovane maniaco appena arrestato nel profondo della metropolitana romana, a un passo da Piazza di Spagna, era ricercato per le sue aggressioni notturne in pieno centro. Al buio dei vicoli meno illuminati e negli androni di vecchi portoni. Non toccava mai le sue vittime ma le costringeva a mostrare le parti intime e ad assumere pose umilianti.

I suoi genitori, due vecchi insegnanti milanesi, si sono detti sorpresi e hanno insistito perché il nome del figlio restasse segreto. Vi lasciamo quindi con una foto di B. A. nella casa della nonna all’età di dodici anni.

Io e Nico guardiamo la tv senza riuscire a staccare gli occhi dallo sguardo pulito e innocente di quel bambino.

farefuorilamedusa_48

Standard

62 thoughts on “48 (Organolessi metropolitana)

  1. Riprovo…. ho problemi a scrivere il commento

    Lo sguardo pulito ed innocente di un bambino, al giorno d’oggi, non significa più nulla, così come non è più una garanzia di sicurezza l’essere madre.
    Anche di fronte allo scampato pericolo Luca e Nico mostrano di avere raggiunto una sicurezza in precedenza troppo lontana. Forse lo scrittore che naviga nel mare della fantasia, cade preda dei suoi stessi incubi, delle sue visioni, al punto da renderli reali ( seppure in un contesto come quello di una storia). Reale e surreale si intrecciano, fanno sorridere e riflettere allo stesso tempo.
    Bravo Ben!

  2. Lo sguardo pulito ed innocente di un bambino, al giorno d’oggi, non significa più nulla, così come non è più una garanzia di sicurezza l’essere madre.
    Anche di fronte allo scampato pericolo Luca e Nico mostrano di avere raggiunto una sicurezza in precedenza troppo lontana. Forse lo scrittore che naviga nel mare della fantasia, cade preda dei suoi stessi incubi, delle sue visioni, al punto da renderli reali ( seppure in un contesto come quello di una storia). Reale e surreale si intrecciano, fanno sorridere e riflettere allo stesso tempo.
    Bravo Ben!

  3. Kipod says:

    “E dopo le scarpe, la cavalleria,
    e pizze e vino e filosofia,
    mischiati a profumo di umanità,
    cosa Luchetto aspettarsi potrà?
    O Benamato tra gli scrittori,
    i tuoi lettori, i commentatori,
    e tutta l’allegra compagnia
    senza il finale non se ne van via.”
    E sarà una bellissima, allegra compagnia quella che potrà riunirsi per una serata finale assieme a Luca e Nico! Potessi esserci anch’io! Ben, ti saluto e ti abbraccio, a domani mattina.

    • benapfel says:

      Carissima Kipod, ma è una gioia leggere questo commento! Peccato per l’amaro finale. Non potrai esserci? Sicura sicura? dobbiamo ancora decidere tutto!
      Fammi sapere. Dai!
      Un magabbraccio!

      Ben

  4. ciao, solo io sono rimasto colpito dalla terrbile frase che chiude il capitolo? Sai, mi ha subito rimandato alla scena de “La grande bellezza” (non so se l’hai visto), verso la fine, nella quale il protagonista visita un’installazione (si dirà così?) che raggruppa i fotoritratti dell’artista, uno al giorno, da quando era un bambino e le foto gliele faceva suo padre, per continuare poi con gli autoscatti. Ecco, quella scena mi ha colpito forte (fino alle lacrime, ma almeno non c’erano testimoni) perchè ci ho visto questo messaggio (non so se l’autore intendesse questo, ma queste sono le conseguenze dell’interpretazione, qualcuno le chiama magia, io insisto a chiamarle incomprensione o impossibilità della perfetta comunicazione o qualcosa del genere -mmh sembra troppo serioso, potrei dire le stesse cose così: me passi l’olio? / come “me spojo”? provace e te meno/ anco’ co’ ‘sto Trasimeno, te l’ho deto che nun me frega gnente/ beh è A ME che m’importa che ce sta’ ggente/… e si potrebbe andare avanti molto a lungo…) : i bambini sono promesse destinate a non essere mantenute, chi più chi meno (ma non è che voglio offendere 🙂 ) siamo tutti delle delusioni rispetto alla purezza infantile. Scusa per la cupezza ma è questo ciò che la tua frase mi ha scatenato dentro e mi sembrava giusto tirare fuori questo spunto prima che finisse calpestato dall’imminenza del capitolo successivo. Saluti e ogni bene.

    • benapfel says:

      Carissimo, qualunque cosa t’abbia suscitato, c’era per forza, o non sarrebbe arrivato a te.
      Chissenefrega delle mie intenzioni…! 🙂

      • Ahah!! Mi sono divertita un sacco leggendo i microracconti di Ben e Bitchorwise, nonché le risatine di Eteroclito alias Cris. 🙂
        Ben tu vuoi un cliché? Ma ti vengo in soccorso io!!!
        Sono una donna molto decisa, so esattamente quello che voglio acquistare, scarpe comprese. Ma la velocità di Bitchorwise proprio non so nemmeno cosa sia. Mi spiego. In una vetrina vedo scarpe che mi attirano, entro, le provo, indossate non mi soddisfano un granché e le parole della commessa “le stanno d’incanto” aumentano la mia insoddisfazione. Inizia la giostra! Chiedo altri modelli: o il modello che desideravo non contempla il colore che cercavo o il colore lo posso trovare in altri modelli …
        Insomma, sono in grado di provare una decina (forse anche più) di paia di scarpe e uscire dal negozio senza aver comprato nulla. Le commesse non possono nemmeno prendermi a ceffoni (credo che lo desiderino ogni volta) perché sono di una gentilezza disarmante nei loro confronti.
        La ciliegina sulla torta? Quando dico “Guardi, grazie, mi dispiace molto ma ci penserò” (!!!???) la risposta è “Signora, lei sì che sa quello che vuole!” Sospetto che sia una sonora presa per i fondelli.
        Caro Ben, ti va come cliché o è troppo?
        Abbraccio il magnifico gruppetto 🙂
        Primula

        p.s. a proposito qual è il blog di Bitchorwise? Non riesco a risalire dal profilo Gravatar. Grazie. 🙂

      • benapfel says:

        singlevameglio.wordpress.com ecco il sito della nostra meravigliosa bitchorwise! 🙂

        e…
        tornando al cliché preferisco quello in cui compri anche le scarpe che non ti piacciono e poi dopa anni di mancato uso le regali a un’amica che pur di averle ha mentito sul numero…
        ma forse è un sogno, questo, più che un cliché… 😀

  5. ivano f says:

    a Primula non si può non perdonare… e poi sono corazzato abbastanza per sopportare questi buffetti, se si arrivasse ai pugni non so se sarebbe lo stesso, ma non mi sembra di correre questo rischio, perchè qui si rispettano le opinioni di minoranza… vero? ditemi ch’è vero… 🙂 vabbè, a tutti saluti e ogni bene

  6. ok mi sono rimessa in pari, dunque… io ci metto anche meno di 75 secondi a scegliere un paio di scarpe! non sono cenerentola …:D
    poi… un maniaco che minaccia un branco di persone di fare un’orgia?? devo venire più spesso a Roma! :D:D
    e ora vorrei anche un cheeseburger!
    sempre piacevole.. e un po’ surreale.. alla prossima! 😉
    buona domenica…

    • benapfel says:

      Eh sì, bitchorwise, Roma è questo e altro, o almeno lo era fino a qualche anno fa. Ma 75 secondi, caspita, sono davvero pochi. dunque immagino l’entrata al negozio. 3 secondi di messa a fuoco degli scaffali, altri 2 per elaborare una faccia che suggerisca all’appropinquantesi commessa che non necessiti i suoi servigi. Non ancora. E poi la carrellata sulle beneamate. stabiliamo che hai scartato in un attimo (1 secondo) quelle che non fanno per te. e che hai ristretto la scelta a tre paia di scarpe. Quanto dura la scelta?. Dovrai prima provarle tutte e tre, quindi richiamare all’ordine la tizia di cui t’eri precedentemente liberata in un solo sprezzante sguardo, la quale in quanto donna, possiede una buona quota di fantasie di vendetta ancora da spacchettare. Quindi aspettiamo che ti veda da lontano con la mano alzata, che si avvicini senza fretta, che elabori il suo miglior sorriso che ti riconosca e si rimangi quel sorriso, ma solo mentalmente, dopo tutto è un’esperta venditrice di scarpe! (costo dell’operazione 5 secondi. e siamo a 12)
      Che decida, proprio dentro il suo sorriso di fartela pagare per la tua “arroganza”, che scelga come prima ipotesi di vendetta la più semplice: (falsa comunicazione di articolo esaurito) che si morda la lingua perché con te potrebbe fare un affare e decida invece di rifilarti quelle che sceglierai tu a prezzo aumentato. (la commessa riflette lentamente e ti ruba tempo, secondi preziosi diciamo 20 e siamo a 32) Tu le dici il numero e lei fa una faccia schifata, in maniera del tutto gratuita. Qui potresti andartene infuriata con o senza averle risposto per le rime e avresti rispettato i tempi, ma non avresti compiuto la missione. Per completare la quale, dovrai invece inghiottire il rospo e aspettare che la tizia torni dal magazzino con le tue belle paia di scarpe numero xx. Il tempo che passa è almeno di 40 secondi perché se hai inghiottito il rospo e l tizia l’ha notato vorrà farti bollire nel tuo brodo un altro po’, ma diciamo che ha motivo di affrettarsi e te la vedi spuntare in 30 secondi netti e siamo 62.
      Ti restano 13 secondi per aprire tutte le scatole, rovesciandole per terra, ignorare lo sguardo di odio profondo della commessa, prendere quelle che di primo (o di secondo) acchito, ti sembrano meritavoli d’acquisto indossarle e volare alla cassa provanone contemporaneamente la comodità e l’esattezza del numero, scavalcare la gente in fila acccumulare improperi al tuo indirizzo e non ribattere nulla, passare la carta alla cassiera e sperare che il pos non faccia i capricci perché ti rimangono si e no 3 secondi.
      Se tu fai questo sei una delle migliori donne del pianeta e vorrei venire a comprare le scarpe con te per vederti all’opera.
      Confermi che sei in grado di farlo???
      Buona domenica a te. E grazie per i tuoi apprezzzamenti e per esserti accollata anche il mio delirante commento.
      Ti abbraccio forte.

      Ben

      • Ahahahaha superlativa descrizione Ben!
        Bitchorwise, noi non ci conosciamo, ma spero mi perdonerai se rido così tanto per questa “tua” esperienza, che sarebbe stupenda in una rappresentazione artistica, come cavolo si chiama… forse installazione?!
        Scusa, non riesco a fermarmi: sto pensando allo slogan “Tutti a guardare Bitchorwise comprarsi le scarpe!” e continuo a ridere come un cretino 🙂
        Saluti a tutti e due!

      • Eteroclito, figurati.. rido anche io, e la colpa è solo ed esclusivamente di quella creatura, secondo me, profondamente disturbata che è Ben!!
        dunque…. A. la commessa, nella sua fattispecie e categoria, vorrebbe due cose, una cliente che entra prende un paio di scarpe, forse senza neanche provarle, e tiri fuori il bancomat per pagare…. VIA… 15 secondi netti, e lei ha preso la sua percentuale con il minimo sforzo… (sono un agente di commercio, sarebbe il mio sogno)!
        B. 3 paia di scarpe tra cui scegliere, forse solo in un enorme store converse potrei trovarle… C. ti descrivo SEMPLICEMENTE l’ultimo paio di stivali che ho comprato, N mesi fa:
        Sabato, ora di pranzo, mi stavo recando fuori per mangiare con amici, camminavo per la via principale, quando passando vedo lo stivaletto basso, marrone, fibia laterale, che desideravo tanto.. negozio OVVIAMENTE chiuso.. cattivi pensieri e brutte parole, continuo a camminare, vado a pranzare in un quel simpatico posto vegano. Circa un paio d’ore ed un filetto di seitan dopo, scendiamo passeggiando con gli amici, negozio aperto… entro, chiedo alla commessa il 39 di quello stivaletto esposto in vetrina.. tira fuori, si dilunga in una discussione riguardo alle difficoltà che aveva trovato l’ultima tipa per provarlo… nel frattempo io l’avevo già messo al mio piede! mi guardo allo specchio, mi guardano gli amici, faccio la foto per spedirla all’amica-confidente-personal-shopper lontana… lo tolgo, “Ok, presi aggiudicati”, bancomat in mano, 39 euro in meno dal conto!

        Quanto tempo avrò impiegato secondo voi?!

        Ps. quasi quasi carico sul mio blog anche le foto che ho ancora nel cel! 😀

      • benapfel says:

        Se non carichi quella dannata foto di diseredo!!!
        Grandissima descrizione, comunque, io convinto delle tue qualità di quickshopper! 🙂 e… sì profondamento disturbato, vero.

        Ben

      • Però vedi, la tua commessa aveva voglia di parlare, ti ha pure sconsigliato l’acquisto raccontandoti le problematiche di quel particolare paio di stivali, quindi le possibilità sono tre: 1) presupponendo che avesse esperienza, tu non rientri nella figura della cliente-tipo; 2) la commessa voleva comprarsi quegli stivali per sé e ti starà ancora maledicendo per il torto subito, 3) sperava di rifilartene un paio da 339€, che fanno male ai piedi ma che “guardi come le risaltano lo slancio del metatarso superiore!”

        Sulle divergenze uomo-donna nei diversi approcci allo scarpa-shopping mi sembra che – a parte rari casi come il tuo – non si riesca proprio a fuggire da facili generalizzazioni 😉

      • Ben, mi stavo riferendo all’approccio anticonformista di Bitchorwise…
        Comunque, e te lo dice un “quasi” relativista, alle volte le generalizzazioni esistono per un motivo, e in esse non ci vedo nulla di satanico o denigratorio 😉

      • benapfel says:

        ne ero sicuro, ma siccome, generalizzando, questo capita, approfitto della questione per sottolinearlo, no??? 🙂
        Ho detto qualcosa???

      • A parte il fatto che, come direbbe un mio vecchio professore, è probabile ci si stia perdendo su questioni di lana caprina, vorrai mica raccontarmi che ignori l’importanza comunicativa dei silenzi?!
        Ahahahah, sinceramente, non ho capito se il tuo penultimo commento aveva una punta indispettita piuttosto che scherzosa – ogni tanto lo sai che mi parte la paranoia facile – oppure se ti andava di lanciarti sulla capra di cui sopra, di nome Antanina, perché tutto sommato non sei sicuro, e forse un po’ di lana la riusciresti a tosare anche da lei? 😀

        N.B. La risposta è sì. Ora buona fortuna a trovar la domanda abbinata lol

      • benapfel says:

        Ma smettila, Cris, che motivo avrei d’indispettirmi, chiaro che il registro è sempre scherzoso, no? 😀

  7. Tanti spunti qui Ben!
    – il realismo della descrizione della gente impanicata nella carrozza del metro, bellissima e anche verosimile secondo me (ivano mi perdonerà): il panico fa fare cose che normalmente sembrano assurde. La donna che dà di matto è, sempre dal mio punto di vista, assolutamente “naturale” e credibile all’interno di una situazione da “carro bestiame” … aggiungici il panico e il quadro realista è completo …
    – l’immagine dello scrittore, che hai già proposto in un altro capitolo (non ricordo quale) pieno di frasi fatte relative alla narrazione. Era una conversazione tra Luca e Gabri se non erro. Qui, che sia Luca o B.A. poco importa, lo scrittore come killer metaforico? Questa idea mi incuriosisce molto.
    – mi ha colpito il fatto che Luca e Nico discutano forse per la prima volta, se la mia memoria non mi inganna. Buon segno per la coppia se ciò evolve in confidenza, un po’ meno se la provocazione continua a essere vissuta come tale.
    Il seguito scoglierà i dubbi.
    Un abbraccio da sabato sera, che per me significa più affettuoso del solito. 🙂
    Primula

    p.s. devo confessarti che ho riso all’inizio del capitolo, non certo per il panico (che non ho mai provato sulla mia pelle, l’ho vissuto di riflesso …) ma per l’espressione “eau d’humanité”. Guarda un po’ il caso, sai che la usavo normalmente nelle mie classi quando entrando l’aria non era, diciamo così, particolarmente piacevole? anzi direi che era decisamente fetida? Seguiva lo spalancamento di finestre in pieno gennaio per la “gioia” dei miei ragazzi … per quella del mio naso sicuramente! 🙂

    • benapfel says:

      Dai! Io e te, volenti o nolenti, abbiamo condiviso anche la stessa pessima marca di profumo francese… questa à la goccia che fa trabbocare il vaso, oltre che il naso… il nostro matrimonio intellettuale a questo punto non più aspettare! S’ha da fare è inevitabile 🙂
      Discuteremo a quattrocchi anche dello scrittore criminale. Pregasi prendere nota.
      Affettuoso abbraccio da domenica “mattina”, che vuol dire giusto un po’ scombinato, ma estremamente sincero. 🙂
      Ps.
      quanto mi sarebbe piaciuto essere in una delle tua classi a partecipare alla composizione del profumo…

      Ben
      Ben

  8. “È un bene che tu non valga poi un granché con la penna”.
    Nico, ricca di senso pratico e realista, appare tuttavia tagliente e categorica nei suoi giudizi così netti, forse perché, molto giovane, (per questo un po’ la perdoniamo) non ha ancora imparato a distinguere, a separare differenziando e pensa di poter distribuire facili, trancianti giudizi.
    E poi Luca ne ha di tempo per migliorare!
    Un saluto affettuosoa Ben

    • benapfel says:

      Grazie, Simansheela, soprattutto per la tua difesa di Luca,. sai com’è… soffro d’immedesimazione imprevista 😀
      Bacissimi!

      Ben

  9. Piazza di Spagna, “venticelliche strade, refoliche viuzze”, pizzeria economica ma dove le pizze sono buone, ce ne sono tante, forse, passando da quelle parti, li abbiamo visti i ragazzi senza sapere che erano proprio loro.
    Complimenti a Ben per la descrizione della vettura della metropolitana simile a una scatola di sardine, con tutti aggrovigliati e accatastati gli uni agli altri, sembra proprio di osservare una vignetta del grande disegnatore Jacovitti con i salamini tagliati che sbucano di qua e di là! Forte la descrizione, come l’odore!
    Saluti e abbracci da Marianella

    • benapfel says:

      Grazie Marianella, l’accostamento con Jacovitti mi lusinga da morire 🙂
      Lui era un vero maestro dell’aggrivigliamento umano. Fortissime le sue tavole straripanti di personaggi. Horror vacui in chiave moderna!
      Un grandissimo e caloroso abrraccio.

      Ben

  10. in effetti per quanto riguarda il panico non ho esperienza quindi è più probabile che sia più vicino tu alla verità, anzi devo farti i complimenti perchè avere sconfitto una simile bestia deve essere stata una vera impresa… un grazie sentitissimo per il prossimo ritorno di Ettore nel vivo del romanzo: che mondo sarebbe senza Ettore? 🙂 saluti, ogni bene e buonanotte

    • benapfel says:

      Il panico è terribile, ma non mi sottraggo all’idea che la scrittura poteva essere più attenta ad accompagnare i lettori dentro il complesso di sentimenti e sensazioni, prima di arrivare alla donna che sbrocca… 🙂
      Grazie, Ivano.
      Un abbraccio.

      Ben

  11. ciao, ehm, so che passerò per incontentabile, però per come la vedo io la donna che comincia a spogliarsi è una forzatura; secondo me, ma ricordati che parlo solo per sentito dire, anche se in questo caso spero lo stia facendo anche tu 🙂 ,se invece di un maniaco fosse stato un ladro e avesse detto “tirate fuori i portafogli che poi passo a prenderli” quasi tutti avrebbero cominciato subito a tirarli fuori, invece credo che il pudore sia più potente della paura di una minaccia che non è ancora tangibile, perciò nessuno comincerebbe a svestirsi prima di aver sentito senza ombra di dubbio la presenza del maniaco proprio lì vicino a lui (e di essersi accertato che sia effettivamente armato). Certo potrei sbagliarmi, sarebbe forse la prima volta?, comunque è una cosa da niente e scusa se mi soffermo su cose da niente… passando ad altro 1- credo che Nico appaia fredda (ma in via di riscaldamento) più che altro perchè non possiamo sbirciare dentro la sua testa come facciamo con Luca 2-ESIGO 🙂 rivedere in scena Ettore, non ha forse diritto a controllare i progressi di Luca e a dargli la sua benedizione prima che Luca se ne distacchi definitivamente per proseguire, ormai pronto, per la sua Strada? Saluti e ogni bene

    • benapfel says:

      Carissimo ivano, la tua ossrvazione è ragionevolissima, ma il punto non credo sia quello da te toccato. Mi spiego: se hai percepito questo problema di verosimiglianza, sono convinto che esista un problema di verosimiglianza ma perché la mia scrittura non ha funzionato a dovere e non perché il pudore vinca sula paura. Mi spiego ulteriormente. Concordo con te che il pudore vinca sulla paura, ancor di più se la minaccia non è tangibile. Ma qui la minaccia non è B. A. e basta, qui c’è il disagio, il caldo, e su tutto il panico. Io dico che senza alcuna minaccia ulteriore, il panico sarebbe stato più che sufficiente a far spogliare tutti. Ma è solo un’opinione, naturalmente 🙂
      Saluti a te.
      …E non dimenticare che Ettore aveva precise esigenze da soddisfare con l’aiuto di Luca, per altro! 😉
      Salutoni!

      Ben

  12. Non è possible, leggevo e rileggevo “Déjà vu” quando mi sono ricordata che oggi è giovedì, sono andata a controllare l’indice e ho trovato la nuova puntata della Medusa. Accidenti!, come avevo fatto a dimenticarmene? Ho letto in fretta in fretta e adesso torno a gustarmela ben bene.
    Ben, ti saluto, ci risentiamo presto.

  13. labloggastorie says:

    La parte buia della coscienza è un inchiostro nero che scrive sulle pagine piegate dell’animo inquieto… ego e alter ego si scambiano di continuo i ruoli e accade che un portone scuro, un angolo nascosto, un sottoscala o un sottosuolo confondano quell’ombra che alla luce però porta ancora le nostre iniziali sulla fronte.
    Illumino il consueto abbraccio senz’ombra di dubbio e ti stimo con affetto assolato!
    Buon lavoro Ben

    • benapfel says:

      Ormai vivi con disinvoltura il limbo tra intelligenza speculativa e sintesi poetica. Inarrestabile e indiscutibile.
      Grazie bloggastorie!
      Stima, affetto e meraviglia!

      Ben

  14. Ahahah, te l’avevo scritto, signor conducente 😉
    Siccome avresti potuto farci fare una fine peggiore in quelle carrozze, un sentito grazie! E complimenti per la resa olfattiva della metro!

Lasciare un commento è sempre una buona idea! B.Apfel