capitolo

33 (Un Natale)

 

Drinn

“Chi va ad aprire?, Lella, vai tu?”

Drinn

“No no…”

“Cosa??? Fila di corsa ad aprire!”

Drinn

“Sono davvero troppo troppo impegnata, mammina…!”

Drinn-Di-Di-Drinn-Drin-Drin-Drinn

Ecco, io non ero proprio il tipo da obbedire all’istante, neppure quando avevo undici anni e… sì, mi pare che quella sera, quella notte, ne avevo proprio undici. Alla porta c’era mio padre, una cosa del tutto normale, nessun amico di ritorno da viaggi esotici con pacchi di regali per me, né gente inaspettata a cui correre incontro a braccia spalancate. Credo di non essere mai stata una ragazzina smorfiosa o sfacciata, di quelle che corrono incontro al papà, perché  follemente innamorate, insomma, ne ero innamorata anch’io, ma credevo di esserlo davvero, e nella maniera giusta, quella degli adulti, intendo, e non era proprio il caso di dargli tutto e subito, a quella grossa creatura, barbuta e occhialuta che puzzava di sigaro dai baffi ai pantaloni. All’epoca arrivavo giusto alle sue ginocchia. Mio padre era una montagna. E comunque ero davvero molto molto impegnata, questo lo ricordo bene. Insomma la mamma lasciò perdere i piatti, che banalità, a ripensarci, ma qualcuno doveva pur farli… e papà si dovette accontentare del bacio di mamma, romantico, probabilmente, ma troppo troppo frequente, per non farci l’abitudine, insomma, io facevo l’abitudine a tutto ed è ancora così…

A scuola non ero molto popolare, forse non mi sarebbe piaciuto esserlo o forse sì e ora mi racconto questa scemenza per spiegare il mio scarso successo con i facenti parte della specie umana. O meglio ancora, mi facevo i fatti miei per non dovermi chiedere perché non ero la preferita della professoressa e dei miei nuovi compagnetti. Pensavo, tanto vale non dar retta a nessuno tanto a chi posso interessare, io? Di recente ho capito che i miei hanno cercato di non fare di me un mostro di autostima, viziato e intollerante. E più in là grazie all’educazione da loro generosamente infertami ho raccolto qualche complimento da ragazzi, mezzi uomini e via dicendo.

Ma adesso, a 33 anni e forse già a 25, 27, 30, la mia personalità s’è stabilizzata, com’è normale che sia. E non sono ancora del tutto certa che l’abbia fatto nel modo giusto. Ma sono il perfetto risultato dell’esperienza o almeno io me la spiego così. Ero carina e non me ne importava, odiavo l’idea di somigliare alle altre, (anche se tutte odiano quell’idea), e comunque i maschietti, erano sempre increduli. Sei troppo figa per essere così… zero smorfie e tutta vita! Ma questa è la migliore sequenza di parole che mi sia mai stata rivolta. Mi sono sentita dire anche, è come se tu fossi il mio migliore amico ma figa! O… sei un vero maschiaccio Nico, ma mi piaci. E allora mi sono detta che qualcosa di quegli originali complimenti non mi piaceva. Anzi mi infastidiva proprio! E così, da un momento all’altro, ho cominciato a piantarli tutti, i tizi dei complimenti originali e tutti gli altri. Avevo chiuso.

Cioè, avevo un mare di amiche e amici, ma niente di più, anche di questo “più” non sono per niente sicura. Ma tant’è…

“Ehi, dov’è la mia principessa?…”

“Papà, sono qui…”

“Non mi vieni incontro?”

“Lo farei, ma si dà il caso che sia piuttosto impegnata”

“Oh, certo che lo sei… ooh issa!”

“Uffi, papi, mettimi giù, non ho ancora finito!”

“Finito? Di fare cosa?”

“Mi sembra chiaro, sto preparando un regalo di natale per te…”

“Davvero? E cos’è?”

“Tu non sei molto intelligente, vero? È una sorpresa, hai presente? “Ora mettimi giù, sono in tremendo ritardo!”

” E che sarà mai, amore mio… se sei in ritardo, lo sei e basta, non deve essere per forza una tragedia!”

Papà mi mise giù.

“Lo sarà… e poi essere in ritardo è fastidioso e tremendamente banale!”

Cristo, tesoro… chi è stato a darle una lingua così sciolta?”

Mia madre è sempre stata una donna pratica. Non il tipo da stare a sottilizzare su cose come l’intelligenza di una bambina. Ma può darsi che evitasse di farlo per via delle sue idee sulla maniera corretta di educare la prole. Era credente. Non una fanatica, per carità, ma dava a intendere di crederci sul serio.

“Niente bestemmie prima di Natale, per cortesia…”

“Per favore… se non fosse per me, tua figlia non avrebbe il cervello che si ritrova, e…”

“Non credo che essere un neurologo ti renda automaticamente il miglior interlocutore possibile, inoltre, con la tua aridità le hai fottuto una bella fetta d’infanzia!”

“Già… le tue teorie neopedagogiche… del cazzo…”

Mentre litigavano non pensavo ai miei compagnetti con genitori separati, non stavo certo lì a elaborare pensieri relativi al loro o al mio conseguente futuro di adolescente problematica, ma usavo alcuni meccanismi di autoconservazione, per ridurre a sottofondo le noiose discussioni genitoriali e ricoprirle di speculazioni mentali, pianificazioni, e ogni sorta di manipolazione delle risorse intellettive che prevedesse un alto grado di astrazione e un progetto a breve termine.

“La tua arroganza mi dà il voltastomaco, attaccava mia madre, e la tua malafede, il tuo colpevole rifugiarsi dietro le scienze che hanno ricevuto il bollino dall’ ‘accademia’ è ridicolo. Avessi almeno la decenza di tacere…!”

“Ma che bel discorsetto… altro che maestra, avresti dovuto fare l’avvocato…”

“E tu un lavoro umile, uno qualunque… avresti imparato qualcosa che ora non recupererai mai più.”

“E cosa?… l’importanza che mia figlia continui a credere tutta la vita a Babbo Natale e al Lupo Cattivo? O forse dovrei incoraggiarla fin da adesso a cercarsi un lavoro come cameriera o come pulisci-cessi???”

“Non parlare così davanti alla mia bambina, deficiente!”

“… ne vorresti fare un serva sporca e maleodorante, vero? Una perfetta cenerentola… apri gli occhi, Cristo…!”

“T’ho detto di non…!”

“…Vivere in mezzo ai bambini t’ha rimbambito del tutto, tesoro mio, non riesci a fare un programma per tua figlia senza metterci in mezzo una cazzo di favola… mi fai pena…”

Poi di solito la mamma piangeva e mio padre usciva di casa, ma non si sono mai lasciati, probabilmente non ci hanno mai pensato, si volevano bene in modi che ancora non potevo capire ma erano di certo più vicini alle favole di mamma che al razionalismo di papà. Il fatto era che subivo l’influenza di quanto accadeva ai genitori dei mei amici e di come i miei amici stavano cambiando. Così da un momento all’altro, la stessa sera mentre “loro” litigavano o si stuzzicavano in quella maniera assurda che vi dicevo, io portavo avanti il piano con inossidabile convinzione. Può darsi che stessi imparando a odiarli. D’altra parte ero abbastanza intelligente da accorgermi che quel loro modo di rapportarsi, l’intero rituale, dalla litigata all’allontanamento, al dissolversi della rabbia, fino alle dolcezze della pace avveniva al di là di me e non solo, non prevedeva alcun tipo di interazione. Sarei passata da “pietra dello scandalo” a “nulla”, in meno di un giorno. Ero uno strumento e me ne ero accorta, eh sì, ero davvero intelligente come ripeteva papà, ma non avrebbe mai dovuto dire così a mia madre, insomma, lei piangeva. E chi piangeva aveva ragione, almeno questo pareva così evidente dai film che vedevamo che avrei potuto assumerla come verità inconfutabile se non avessi imparato, da papà, l’importanza delle verifiche.

Tratte le somme non era così difficile capire cosa restava da fare per far quadrare i conti. Al primo piano non c’era nessuno. Mamma piangeva in camera al piano di sopra, mio padre era uscito e io non ero tipo da agire in maniera imprevedibile, troppo irrazionale per una ragazzina cauta come me, per cui non sarebbe stato difficile farlo. Avevo lavorato tutto il giorno con stracci e forbici e cotone idrofilo. Infilai tutto nello zainetto, misi su il giaccone, la sciarpa e il berretto di lana grossa e uscii senza dire niente, era giusto così e mi viene il sospetto che fossi già in cammino lungo una brutta china, per quanto riguarda la gestione delle emozioni e l’azzeramento dei sensi di colpa o quant’altro si candidava a rendermi difficile, in futuro, la gestione dei rapporti con altri essere umani.

Faceva buio presto e fuori casa era tutto ben illuminato, ma avevo con me una torcia. Feci qualche metro attorno alla casetta in cui vivevamo in quel periodo della nostra vita, un posto che avremmo lasciato un paio d’anni dopo per trasferrci in un’altra città con buona pace delle amicizie che promettevano di diventare importanti o di trasformarsi in altro. L’amico del cuore, se davvero lo era, quell’anno era Luciano. Mi aspettava al buio tra due auto parcheggiate a un angolo del giardino che condividevamo con altre tre casette identiche alla nostra, un dettaglio a cui guardavo con inquietudine. Luciano spuntò agitando subito la mano e sussurrando il mio nome.

“Nicoletta! Sono qui…”

“Sì, eccomi, sei pronto?”

“Pronto prontissimo, Nicoletta…”

“Perché non mi chiami Nico, è più facile e risparmiamo tempo?”

“Uh… non so, vuoi che ti chiami Nico, cioé, ok, ma a me piace chiamarti Nicoletta, perché…”

“Boh… mi sembra inutile e poi è un nome bruttissimo!”

“Ma… a me piace… e… niente, mi piace, ecco.” (se avessimo avuto più luce sono sicura che avrei visto le guance di Luciano farsi rosse. Luciano… chissà che fine ha fatto… avevamo undici anni.)

“Bene, cerchiamo di mantenere tutto sotto controllo, Lucio, che ore sono”

“Le… le…”, aveva un orologio al quarzo con un tasto per illuminare il quadrante,”sono le ventidue e zero nove.”

“Bene, ascoltami, allora, ora io comincio a salire, tu devi solo stare qui e guardare quando la macchina di papà entra nel vialetto. Sai fischiare?”

“Certo, mamma dice che fischio come un usignolo!”

“Mi fa piacere, ma a me basta che tu faccia un fischio…”

“Cosa vuoi che fischi?”

“Luciano… sai una cosa? Fischia come vuoi, basta che fischi. Il motore della macchina coprirà il fischio e mio padre non lo sentirà ma quando spegnerà il motore non voglio sentire un fiato, siamo d’accordo, Lucio?”

“Siamo d’accordo, Nicole… Nico.”

“Bravo!”

Il piano non era un granché e non era perfetto, ma mi sembrava di essere una grande spia alle prese con un aiutante inaffidabile, ciononostante era il meglio che avevo potuto raccattare in breve tempo ed era tardi per cambiamenti dell’ultimo secondo.

Su quel lato della casa c’era una scala per ogni evenienza, la riparazione di un’antenna, di una tegola o cose del genere. Salii al buio con cautela piolo dopo piolo, indossavo scarpe da ginnastica e la loro presa era salda. Una volta sul tetto non sapevo come procedere, non c’ero mai salita e giudicavo l’impresa pericolosa ma, se fossi caduta, contavo che un micidiale senso di colpa si sarebbe abbattuto su quei due ragazzini che mi avevano messa al mondo. Dovetti procedere carponi sopra le tegole per un bel po’, la strada da fare lassù non era molta, ma l’attenzione e la lentezza costituivano l’unico dispositivo di sicurezza su cui potevo contare senza contare il fatto che le ginocchia inceppavano negli spigoli più dolorosi con una precisione sospetta.

“Tutto bene?”, sussurrò Luciano reagendo ai miei gemiti. E un’auto atraversò il vialetto.

“Sì, è mio padre?”

“non lo so…”

“Che vuol dire che non lo sai?”

“Non si vede niente”

“Ok, io ci sono quasi, proseguo..”

“No! Ferma…”

“È lui?”

“…”

“Lucioo!”

“fiii, fiii, fiii…”

Luciano s’era messo a fischiare Gingle Bells, il che significava due cose. Uno. Era arrivato mio padre e due, Luciano era un vero cretino.

Mio padre non si accorse di nulla naturalmente, erano quasi alla parte dolce della loro farsa amorosa, ma lì per lì mi parve un vero e proprio colpo di culo. Un istante dopo mio padre entrò in casa e ne uscì quasi istantaneamnte con mia madre. Erano preoccupati, io non c’ero e non ero tipo da uscire senza avvisare dove potevo essere? La mamma aveva già chiamato la polizia denunciando un rapimento. Rendetevi conto, era così facile sabotare la loro farsa e tornare a conquistare la scena? Ne ero sinceramente delusa, e questo mi spinse a tirare con decisione fino alla fine. Quando i miei rientrarono in casa chiesi a Luciano di andare via o la polizia lo avrebbe trovato al primo giro della casa. Ma quella testa dura chissà che s’era messo in testa e si arrampicò con qualche sforzo sul tetto con me.

“Che ero sono, Lucio?”

“Le undici e quarantotto, Nico.”

Visti da fuori eravamo una perfetta coppia di spie ma anche la nostra era una farsa. Me lo sarei dovuto chiedere allora: esiste davvero un modo per tenersi fuori dal palcoscenico?

Appoggiati sulla canna del camino guardammo per ore le sirene della polizia girare a vuoto per il quartiere. Erano bellissime le luminarie, le luci delle case accese di notte, gli alberi addobbati, la neve finta spruzzara sui vetri. Stavamo uno appoggiato all’altra, per sentire meno freddo, e poi eravamo più stabili, così. Trovai tutta quella situazione assolutamente fuori di testa e inverosimile e bella, e, me lo ricordo come fosse ieri, questo mi faceva sentire sbagliata, ma sarei arrivata alla fine, ero una bambina, e dovevo essere rimproverata a dovere. Guardai Luciano.

“La polizia è andata, Lucio, devo andare…”

“Andare? E il piano?”

“Non se ne fa niente, sono una bambina Lucio e vado a casa”

Quando ripenso a quel momento, sospeso nel tempo sul tetto di una villetta la notte della vigilia quasi sottozero, mi dico che Lucio avrebbe dovuto afferrare la mia testa tra le mani, dirmi qualcosa e baciarmi, sarebbe stato perfetto. Il fatto è che Lucio lo fece, esattamente come doveva, fece quello che doveva fare. E aveva solo undici anni.

“Disse devi continuare”, mi baciò e, ne sono quasi sicura, disse “ora non sei pià una bambina!”

Non so se avesse ragione ma fu convincente, e forse è tutto quello che serve a una ragazza.

Il resto fu un gioco: Lucio che punta la torcia sul mio zaino, io che indosso il mio costume da Babbo Natale fatto in casa e tiro fuori la corda fatta di stracci legati. Lucio che mi chiede se mi sento pronta, mi fa la scaletta con le mani. Io che salgo sulla bocca del camino. Lucio che mi passa la “corda” tenendone per sè una cima, io che la infilo un po’ alla volta nel camino, lo guardo e gli dico ciao.

Mentre scendo piano lungo la canna fumaria sento i miei che parlano. Mia madre piange, dice cose insensate, papà la tiene insieme. Ora mi è chiaro che la ama. Senza che me ne accorga i piedi toccano la base del camino e io posso vederli, sono abbracciati sopra la poltrona, piangono con gli occhi chiusi.

Mi avvicino senza fare rumore arrivo alle spalle di papà e urlo: “Buu!”

La mamma mi guarda, ha una pelle bellissima.

“É arrivato Babbo Natale”, dice.

Ma dovevo sembrarle Cenerentola.

 33 farefuorilamedusa

Standard

51 thoughts on “33 (Un Natale)

  1. Bello. dolce e capace di far comprendere il modo di essere di Nicoletta, la sua storia. Sei molto bravo a cogliere in profondità i sentimenti umani.
    La piccola Nico rifiuta quel che teme.

    • benapfel says:

      Grazie, anche questa gratificazione mi dà una spinta vitale. Oggi sei stata importante, Poetica, molto.
      (il punto è però che non sono altrettanto bravo ad andare a fondo sui miei sentimenti. Necessito sempre di un deus ex machina). E sono fortunato!

      • Sai essere molto sottile e sensibile, anche se hai voluto fare della figura di Luca un ragazzo disordinato e più portato a credere a cosa dicano gli altri, quasi senza filo conduttore nelle sue azioni, ma sono i tentacoli, l’aver capito che alla testa di ogni cosa è possibile persono trovare il ridicolo, non per forza un mostro ma l’assurda abitudine di non saper guardare e di sottomettersi.
        Un bambino disse a voce alta che il re era nudo, solo allora tutti si svegliarono dal torpore, non solo i re era vanesio e tiranno ma persino stupido perchè si faceva tiranneggiare dal suo sarto e la gente, per timore non reagiva. Ora Luca è come quel bambino, vede la realtà e corre in cerca di quel tempo che ha perduto. 🙂
        Ben risorgi!

    • benapfel says:

      Anche a me, Fabia, un piacere immenso. Sono contento che ti sia piaciuto il capitolo di natale e sono curioso di conoscere il tuo giudizio sui successivi.
      Allora… buona lettura e un affettuoso abbraccio.
      Bentornata, Fabia!

      Ben

  2. Sa says:

    Altro capitolo da urlo, Nico si scopre finalmente, piano piano.. e l’idea di Cenerentola mi avvicina molto a lei…
    Grazie Ben anche per questo piccolo capolavoro..
    Sa

  3. Guardo il monitor e mi rendo conto che potrei sciorinare aggettivi in crescendo così come cresce in una notte la piccola Nico strattonata dall’instabilità emotiva di due genitori diversamente attenti.
    Forse questo è il natale della bambina ( “non sei più…”) che muta .

    caro Ben(nino) grazie per avermi tenuto la mia poltrona, assai comoda.

    sheraunabbraccioesivedemopresto

  4. NoelAltieri says:

    Di questo 2013 che sta per finire ricorderò due meduse.
    La prima è quella che col suo abbraccio bruciante mi ha messo KO l’estate scorsa.
    La seconda è quella divertente, appassionante, a volte comica, mai noiosa, quella medusa da fare fuori che porta a commentare, a riflettere, capace di creare un bel gruppo di aficionados.
    Il mio augurio di Buon Anno voglio farlo a tutti i medusini e a quelle medusine che come me vogliono ancora sapere delle vicende di Luca e Nico.

    • benapfel says:

      In colpevole ritardo -perché certi doni vanno preservati dall’attesa e dalla polvere!- tutta la gratitudine e l’affetto che posso va a te, carissima Noel.
      Che la nostra comune lotta contra la “medusa”, una volta giunta alla meta, funga da impareggiabile balsamo da invincibile barriera, da cortina impermeabile a tutte le “meduse” del futuro accompagnandoci lungo un 2014 privo di deleterie “scottature”!
      Un taumaturgico abbraccio 🙂

      Ben

  5. Simansheela says:

    Straordinaria sorpresa di Natale che ci hai fatto, Ben. Bella, bella, bella davvero! Grazie!
    Sono felice di conoscere un poco di Nico e spero per Luca tante cose meravigliose nel nuovo anno! E anche per il suo autore!

    • benapfel says:

      Che gioia, Simansheela quando i regali che si fanno sono apprezzati!
      Grazie per l’augurio, io e luca rigraziamo e siamo pronti a condividere con te le meraviglie del nuovo anno!
      Un calorosissimo saluto. 🙂

      Ben

  6. Aiuto, anche io sono rimasto indietro, come ha scritto qualcun altro prima di me! Mi rimetterò al pari quanto prima. Sarà una buona scusa per leggere gli arretrati tutti di seguito e di un fiato, caro Ben!! Ottimo racconto di Natale. Spero che abbia passato buone feste e colgo l’occasione per augurarti un buon 2014 pieno di soddisfazioni, anche letterarie! A presto, Enrico

    • benapfel says:

      Grazie, enrico, sto passando bene il finale del 2013, e sono davvero contento che tu abbia apprezzato il raccontino natalizio. il mio 2014 sarà pieno di soddisfazioni grazie soprattutto ai mie ifantastici lettori, so che mi sapete sincero e mi permetto di dirlo. 🙂 Uno strepitoso 2014, carissimo!

      Ben

      • Poesia è la tua capacità di esprimere gratitudine ad ogni commento, e lode. Per quanto conti poco… bravo Ben. Ti candidi a super eroe quasi quasi. Non sono una scatol… etta, sono grande. Ma un giorno sarò piccola. Grazie ancora.

      • benapfel says:

        Sono in imbarazzo, scatola non etta. Accetto il titolo di supereroe e uso uno dei miei poteri per non rovinare le tue splendide parol… 😉

  7. Bellissimo racconto di Natale. A me è piaciuto tantissimo. Tutte le famiglie hanno una loro trama fatta di intrecci emotivi spesso ingarbugliati, ma probabilmente è anche naturale che sia cosi. Ciao Ben e Buone Feste.

    • benapfel says:

      Marilena, buone feste anche a te. Grazie felice issimissimo che ti sia piaciuto il “racconto di natale”. trovo anch’io che il garbuglio familiar emotivo sia una caratteristica della nostra povera e provata umanità ed è bello condividere l’idea.
      Grazie di cuore, mari! 🙂

      Ben

    • benapfel says:

      Carissi-missi-missi-ma, non dispiacerti, pièttosto gioisci, come me, al pensiero che trascorrerrai presto qualche oretta sul blomanzo. Il solo immaginarlo mi emoziona. Mi emoziona sempre!
      E comunque grazie di cuore e uno strepitoso 2014!
      affettuosamente.

      Ben

    • benapfel says:

      Carissima Valerie, mi spiace se l’infanzia di Nico, ti ha turbato, davvero.
      Ma dovevo una quota di onestà al personaggio e a voi lettori.
      Il capitolo 34 sarà un capitolo più classico. Questo voleva essere un one-shot sul passato di Nico, una specie di speciale natale 🙂
      Ad ogni modo spero che la tristezza si dissolva al primo vento e che la gioia ti pervada tempo indeterminato. Tu tienti predisposta 😉
      Un calorosissimo abbraccio, Valerie!

      Ben

  8. (Mica l’ha sistemato il numero di livelli dei commenti, no, ma va, così puoi commentare a caso in cima a tutti e fare la parte di quella che parla da sola).

    Beh, mi consola sapere che non sono l’unica che sente le voci! 😀
    (Che poi ci prendono, spesso, eh.)

    😉

  9. labloggastorie says:

    Un modo adulto -questo di Nico- per capire che è più facile avere Babbo Natale nel camino che un bacio sul tetto.
    Ma si sa i “grandi” rinunciano troppo presto alle favole….
    Con grande affetto il mio consueto abbraccio Ben e buon lavoro!

    • benapfel says:

      è più facile avere Babbo Natale nel camino che un bacio sul tetto, questa frase è clamorosamente ficcante, sintetica e poetica.
      Grazie, Abbracci natalosi,
      Bloggastorie.

      Ben

    • benapfel says:

      Sospetto anch’io che Luca sia ridotto ai minimi termini, ma deve farcela con le sue forze, cara lakota, o non saprà mai quanto vale 😉 D’altra parte Nico potrebbe non essere ancora pronta…
      Grazie, d’essere passata, Baci grandi. 😀

      Ben

  10. VeliaLoresi says:

    Ho letto puntata di Natale piuttosto velocemente causa preparativi partenza. Per fortuna, Ben, così ti risparmio il racconto di quando io, molto piccola, 4 o 5 anni, ma ricordo perfettamente, mi chiusi in un armadio e ascoltavo le voci ansiosissime e i richiami dei miei ormai nel panico. Mio padre era tornato da un viaggio e pensavo che non mi avesse portato la bambola che aspettavo. Non era così ma per un poco ho ascoltato gridare: “Dov’è? Dov’è andata? Velia, dove sei?” ed ero piuttosto soddisfatta.
    Bellissima puntata, solo lievemente… un pochino …direi, ridondante, in pochi punti che fanno perdere un attimo la suspense per quel soffermarsi a volte lievemente compiaciuto su ricordi o riflessioni (atteggiamento tipicamente femminile, d’altra parte). Ma è un mio personale giudizio, dovuto sicuramente al mio gusto per le narrazioni molto sobrie.
    Ma, ripeto, bellissima puntata a sorpresa. Ciao Ben!

    • benapfel says:

      Grazie Velia, gustoso l’aneddoto con autoreclusione meditabonda. Probabilissimo che tu abbia ragione sulle ridondanze del racconto, mi sono fatto molte poco sobrie riflessioni su come esprimere al neglio il pensiero femminile di un’acutissima ragazzina. Per altro, scrivevo, autorecluso nella cucina i un’amica mentre in sala si mangiava all’abbuffo, e si giocava carte con annessi risate e strilli. Una specie di tortura anticoncentrazione 😀
      Dov’è, dov’è andata Velia? Fortissima, la mini Velia!
      Un caloroso abbraccio.

      Ben

  11. complimenti, una bella sorpresa questa di far raccontare una parte della storia a Nico, la sua parte di storia. mi piace. e mi piace la differenza del loro modo di raccontare. Luca che cerca qualcosa, Nico che scappa da quel qualcosa…

    Buone feste

    Amil

    • benapfel says:

      Grazie Amil, mi fa molto piacere constatare che questo ennesimo esperimento sia stato gradito. E che i personaggi del blomanzo abbiano potuto mostrare il loro, sia pur nevrotico, natale. 🙂
      Buone feste a te, Amil.

      Ben

    • benapfel says:

      è così, silvia, in fin dei conti è ancora è sempre stato un personaggio piuttosto misterioso.
      Ma prima o poi la nebbia si dirada… 😉
      Un abbraccio!

      Ben

  12. Bellissimo! Non immaginavo che Nico avesse la mia età! La facevo più piccola 🙂 E abbiamo pure i papà colleghi 😛 Grande Nico, ora, deve solo concentrarsi e fare un’altra bella sorpresa…qualcuno prenderà il suo viso fra le mani…me lo sento!! Dai Nicoooo!

  13. Premessa: tu sì che sei una certezza. Io non è che proprio viva le feste in modo tradizionale, così oggi ero convinta di trovare il mercato sotto casa come ogni giovedì e ho impiegato qualche minuto per realizzare che giustamente a santo stefano anche i venditori ambulanti riposano, così mi ritrovo a pranzare con i ramen (quella sorta di spaghetti disidradati venduti in monoporzione a mezzo euro nei negozi indiani o cinesi) e invece Ben c’è. Non salta l’appuntamento. Non mi disorienta. Mi permette di rimanere nel mio universo atemporale a leggere di gente disadattata come me.

    Svolgimento: Infatti, oggi, sono Nico. (Il mio disturbo da personalità multipla lievita come il pane in forno). Tranne che non è vero che tutte vogliono essere diverse: io ho sognato tutta la vita di essere come tutte le altre; a un certo punto mi sono arresa. Ma, a parte questo piccolo dettaglio, mi sembra di vederli quei “grandi” mai adulti, Incapaci di assumersi il ruolo, incastrati nel recitarne il copione, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno: sempre uguale, immutato, statico, ammuffito, stantio, loro malgrado. E la sensazione di essere in mezzo, tirata da una parte e dall’altra, e poi dimenticata, ma vista se non quando te ne vai (solo che io feci molta più strada di quella per il tetto, ma questa è un’altra storia), forse, ma sempre in una forma che richiama ad altro, non a te come persona, ma a te come assenza, a te come pedina che manca sulla scacchiera. Poi per forza che cresci antisociale e, la volta che qualcuno ti fa volare, scappi via terrorizzata.

    Conclusione: Eppure, la follia del liberarsi, del perdere peso e guadagnare leggerezza è ciò che mi fa pensare che Nico e Luca siano fatti l’uno per l’altra. Con tutti i casini che ne conseguono, che a noi le cose facili non piacciono. Io faccio il tifo. 😀

    Buone feste, Ben.
    Alice (e anche il Bianconiglio)

    • benapfel says:

      Dovere, cara Alice, ho promesso che sarei stato online ogni mercoledi feste e impegni “improrogabili” compresi. 🙂
      Grazie per avermi regalato il racconto del tuo pranzo al ramen. Vederti mangiare gli spaghetti cinesi al centro di una città deserta, lunare mi ha fatto viaggiare nello spaziotempo. Cosa oltremodo piacevole. Sono strafelice di aver contribuito alla tua permanenza in un universo atemporale, qualunque siano le conseguenze di una vita nei nonluoghi della mente. Aggiungo che siamo tutti disadattati, è la nostra generazione vero e doloroso, ma anche falso e piacevole, in ogni caso non possiamo parlarne senza essere gettati nel calderone delle banalità 🙁
      Buone feste a te, Alice e al Bianconiglio.
      Io faccio il tifo per te!
      Grazie…

      Ben

      • (Hai scritto una roba molto carina, per cui ora farò finta di niente, in pieno diniego psicotico e cambierò argomento) Mi ha fatto sorridere questa cosa del la “nostra generazione”, per due motivi almeno:
        1. ah ma perché gli autori non sono come i personaggi, tipicamente senza età? No? E allora quanti anni hai?
        2. e io quanti ne avrei? Così, giusto per. Sai, l’universo atemporale… 😉

      • benapfel says:

        😀 Io non faccio mai ipotesi sulle età di lettrici e lettori, ma sento chiaramente le età delle loro “voci” 🙂
        e naturalmente conosco l’età della mia voce, che poi non corrisponde a quella anagrafica.
        Così ora posso dirti, se vuoi, che la tua voce ha 34 anni, così come la mia. Non è forse in un universo senza tempo, che migra chi legge?

        Ben

Lasciare un commento è sempre una buona idea! B.Apfel