capitolo

11 (Promenade)

 

Dove vai, socio?”

Ecco… mi hanno sgamato, e tra tutti quelli che potevano sgamarmi Gabri è l’ultimo che doveva farlo. Mi rimprovererà l’abbigliamento, le aspettative e troverà in me altri mille difetti senza elargirmi uno straccio di consiglio.

Alla mostra…”

Con lei?”

Eccoci.

Sì!”

Sorride, come se avesse davanti un pezzente… mette le mani nelle tasche dei jeans e per un attimo mi aspetto che mi dia qualche spicciolo.

Sai come funziona, spero…”

Tiene le mani in tasca, quindi niente spiccioli. È già qualcosa…

Come funziona cosa… un museo?”

Allora, socio, quando una donna accetta di venire con te a una mostra, lo fa sempre per metterti alla prova… e tu sai come superarla, no?”

Cristo, Gabri sta per darmi un consiglio!

No”

Va be’, senti qua… che tipo è…? Pronta a caderti fra le braccia o il tipo indipendente che non sai mai come comportarti?”

Non lo so, è la nostra prima uscita…”

Ok, lo so io, è il tipo indipendente…”

E come fai… non l’hai manco vista…”

Se fosse pronta a caderti fra le braccia non mi ascolteresti con tutto questo interesse…”

“…”

Cazzo!

Ora ascoltami, una volta dentro al museo lei ti lascerà all’ingresso come un allocco e si fionderà davanti al primo quadro che attira la sua attenzione. Ti sta mettendo alla prova, si tratta di un fottuto test, un test sulla personalità, quindi un passo falso e l’hai persa! Mi segui?”

Ti seguo!”

Bene. Come ti dicevo è un test, ma se lo conosci te ne esci pulito…”

Ti seguo.”

La prima cosa è: lei se ne va e ti lascia lì, tu che fai?”

La seguo?”

NO!,cazzo, beep, il paziente è morto, socio, riprova!”

Cosa?!”

Non ci giocavi all’allegro chirurgo?”

L’allegro…?”

Lascia perdere… il punto è che non devi assillarla, ok?”

Ma non voglio assillarla, voglio guardare i quadri con lei, commentarli con lei, passeggiare con lei…”

Beep beep beep! È un massacro socio, al prossimo ti mollo!”

Va bene, va bene. È quel cazzo di beep che mi rende nervoso…”

Ascoltami… lei vuole solo capire che tipo di uomo sei e soprattutto che tipo di uomo sarai.”

Da quello che faccio a una mostra di Chagall…?”

Certo! La mostra a due è una perfetta metafora del rapporto di coppia!”

Cazzo, ma come ci sono finito in questo casino…?

Gli equilibri sono gli stessi, guarda: lei se ne va e tu la lasci andare, ma la controlli. Poi tu vai su un altro quadro e lei pure ma ti controlla, poi ti raggiunge e questa volta sei tu ad andartene…”

E perché?”

Perché deve saperlo anche lei, cosa si prova ad essere abbandonati.”

Non ci credo…”

Credici.”

E poi?”

Poi vedrai che pian piano, improvvisamente, il gioco si appiana e tutto va da sé…”

Perché?”

Perché hai superato il test, socio.”

Non ci credo…”

Credici.”

* * *

Parcheggio in piazza Venezia lato fori e attraverso la strada. Per decidere cosa mettermi c’ho messo un’ora e mezza e ora ho i miei pantaloni rossi di fustagno, ma sono così scuri che sembrano marroni come le mie Adidas da passeggio con le fasce gialle. Sopra ho una magliettina bordeaux e la giacca di velluto a coste blu. All’ultimo momento ho preso gli occhiali da sole che mi proteggeranno quando vedendola farò il mio meraviglioso sorrisareicontentosesorvolassisullamiafacciadicazzo.

Chissà se la riconosco… penso, chissà se lei riconosce me… è un mese che non ci vediamo, ma anche un mese fa non so se si può dire che ci siamo visti. Magari sotto il sole è un mostro e ha accettato di uscire con me per questo, e non le pare vero che l’ho cercata per trascorrere del tempo con lei. È ovvio che mi dico questo per caricarmi e… sapete una cosa? Funziona! Mi si raddrizzano le spalle e guadagno istantaneamente cinque centimetri, ne ho bisogno perché se ricordo bene lei è molto alta. Quando arrivo lì davanti prima di raggiungere l’entrata penso che sono un pazzo e alla fine è successo: la disperazione, la solitudine, il vuoto mi hanno convinto a organizzare un maledetto appuntamento al buio. Pensa te…

Comunque non c’è, lo sapevo. Ora, aspettandola, mi sbracherò e lei arriverà nel momento esatto in cui sto rilassando gli addominali, mi sto incurvando e sono senza occhiali, per cui mi volterò e non aspettandomi di trovarla là davanti le somministrerò la mia storica faccia da fesso.

Invece è già là, ed è lei che si gira. E mi sorride e anch’io le sorrido con il mio sorriso peggiore, ma gli occhiali contengono i danni e quando mi avvicino lei è più alta di me ma è in salita. Non devo farmi impressionare.

Ciao”, dice, e apre una scatoletta. La scatola magica, penso, ma non c’entra nulla, quello è il modo in cui Massi chiama la mia testa, però ormai sono dentro la metafora e quando la apre e sbircio dentro mi pare di vedere un cervello con le circonvoluzioni indurite dall’usura, tutto marrone, come una mela aperta da una settimana. Il mio. Lei prende uno dei dossi marroni e me lo offre.

Sono fave di cioccolato”, dice. “Vuoi?”

So cosa sono le fave di cioccolato, mi sono sorbito una lezione da un esperto di vini neanche un mese fa, ma mi piace ascoltare la sua voce.

Cosa sono?” Per un istante temo risponda qualcosa come “niente più che un insulso omuncolo con cui mi divertirò un po’ prima di sparire per sempre!” Mi spiega che sono i semi da cui si ricava il cacao, che quello è il vero sapore del cioccolato, che è molto amaro ecc. Ne prendo una e non mi dispiace ma quando chiede se è di mio gradimento, non so perché, le dico che è disgustosa. Magari mi sono offeso per la storia dell’omuncolo. Comunque pare non apprezzi troppo la franchezza. Ci avviciniamo alla biglietteria in silenzio. Lo so che ho smesso da un anno, ma a questo punto vorrei una cazzo di sigaretta. La vorrei perché, ho dimenticato di dirvelo, ma Nico è esattamente come la ricordavo. È splendida, è l’ottava meraviglia.

Parlando quasi alla sua velocità le dico che ho appena riscosso un credito (gli ultimi venti euro del mese, bugiardo!) e pago io (romantico cazzone!). Entriamo.

I musei sono tutti uguali, inutile prendersi in giro. Sì, da fuori, sono belli, disegnati da architetti dignitosi, ma una volta dentro è sempre un bagno di bianco. Le pareti, i soffitti, i pavimenti sono tutti bianchi. Enormi stanze rettangolari e vuote, ecco cosa sono i musei. Quello che conta sono i muri, i pannelli, le pareti, sta tutto lì, l’arte occupa i confini tra uno spazio e l’altro. Ma ‘stavolta non è esattamente così, ‘stavolta l’opera sta al centro della sala e si affaccia sulle pareti bianche a leggere i titoli, si sporge sui dipinti a osservarne le pennellate.

S’è sganciata da me quasi subito e ho dovuto reprimere l’impulso di seguirla con tutta la mia incerta maturità sentimentale. Dove cazzo vai?, mi son detto, fermo dove sei, cretino!, è una donna, (mi ripeto le parole di Gabri) non una ragazzina, e pure fosse una bimba perché dovresti starle addosso? Bisogna che giochino, i bimbi, se poi dovessero cadere, è quello il momento di esserci, non prima!

E poi da qui posso ammirarla senza essere visto. Guardo il mio quadro con calma, ogni tanto butto un occhio, e poi la raggiungo, il piano di Gabri va seguito con cura. E così fa lei, ogni tanto mentre siamo lontani ho l’impressione che mi osservi. Allora vorrei avere sei braccia come la dea Kalì, anzi ventiquattro come quattro dee Kalì e puntare ognuno dei miei quarantotto indici su un punto diverso del mio corpo in modo da suggerirle un punto da fissare mentre io fingo di essere concentrato su Chagall. Intanto il gioco funziona benissimo, ora mi ha raggiunto lei e abbiamo anche scambiato due parole su un quadro. Ma la cosa stupefacente è che, mentre ragionavo alla velocità della luce accumulando dettagli e associazioni brillanti per dare una mano di lucido al mio aspetto globale, lei mi umiliava pubblicamente con le sue intuizioni geniali.

Ecco un’esperienza nuova! Ecco consumarsi una tragedia! Come funziona adesso? Cosa faccio? Se quella stupefacente è lei, io cosa devo fare, lo stupefatto? Non lo so fare! Giuro, non l’ho mai fatto! E se sbaglio tutto, se esagero???

Ma che film ti fai?”, direbbe Ciccio, “Siete uguali, non sarà mica la fine del mondo!”

Finalmente…”, direbbe Giannina, “m’ero scocciata di vederti fare il brillante. Cuocerle, scuocerle, prosciugarle. E quando sono secche come foglie secche mollarle. Era ora che te ne trovassi una che non pende dalle tue labbra, non puoi sempre essere tutto tu, per tutti e due. Devi lasciare qualcosa anche a lei, no? È questo il trucco!”

È vero, ha ragione Giannina. Cioè avrebbe ragione se mi avesse detto davvero quello che ho immaginato avrebbe detto, ma siccome non lo ha detto, pur di non ammettere che anch’io so darmi dei buoni consigli, mi ignoro bellamente e proseguo sulla strada vecchia. Tento quindi di buttare lì un paio di osservazioni ad effetto ma non funzionano, così torno in ritiro spirituale e non spiccico più una parola.

La danza del tu-vai-che-io-ti-guardo prosegue per un bel po’ e quando ci ritroviamo l’uno accanto all’altra, evitando accuratamente il contatto, per carità!, siamo davanti a “Promenade”, la passeggiata. Chagall s’è ritratto, mano nella mano, con la sua prima innamorata, una tizia non troppo bella, di nome Bella. Nel quadro però lei levita come un palloncino a elio e volerebbe se non fosse che lui tenendola per mano le impedisce di perdersi per l’aere. Oppure è lei che sta per tirarlo su con sé e lui sta per seguirla tra le nuvole? Non so, so solo, che d’un tratto mi riprendo come da un sogno e mi accorgo che siamo lì a fissare il dipinto da mezzora e lei non riesce a distogliere lo sguardo e io ho un capogiro e mi pizzica il braccio e quando sposto gli occhi su quel punto appena sopra il gomito, il suo braccio è a un niente dal mio e un sottile groviglio di peletti chiari fluttua come in preda a una tempesta elettromagnetica. Sento il contatto delle mie piante col suolo modificarsi, per un attimo penso che sto volando, poi che sto svenendo. Cerco i suoi occhi e li trovo sul suo braccio, poi sui miei. Il suo sguardo è serio, è pallida, ha paura, si allontana bruscamente da me e io penso che ora crollo e faccio una figuraccia e mi gioco Nicoletta per sempre, invece oscillo, sfioro il quadro col naso e faccio suonare l’allarme. La mano ferma e forte di una valchiria dal seno abnorme, mi stabilizza afferrandomi il polso e mi sussurra:

Stia attento a non oltrepassare la striscia, signore…”

Io mi giro a guardarla e le svengo in braccio. Quando Nicoletta si volta a cercarmi e ci vede, che sembriamo la pietà di Michelangelo, se la ride di gusto. Bravo Luca, mi dico, falla ridere. E rido con lei e siamo distantissimi ma è scattato qualcosa prima, davanti a quel quadro. Allarme a parte.

farefuorilamedusa 11 chagall

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124 thoughts on “11 (Promenade)

  1. Attesa, voci ( di altri ) nella testa, tutto misurato e poi… la tensione è troppo forte, il confronto con Chagall nella metafora che fa identificare in un rapporto perfetto, che poggia su equibri e… la perdita dei sensi è arrendersi all’emozione…

    • benapfel says:

      Basta! Cara Poetyca se continui così sei nei guai! I tuoi commenti danno dipendenza e se tu la smetti improvvisamente di elaborare e dissertaresul capitolo “del giorno” io, te lo dico, ci resto male male male. Credi di essere all’sltezza di tale incombenza? Non mentirmi, Poetica, se non credi di farcela dimmelo subito ché ci metto un attimo io. Ho un anima viziopoietica 🙂 E ora, mia cara, devi essumertene la responsibilità. Gestisce i tuoi poteri e non smettere. Poetyca, perfavore… 🙁

      • Aspetta che….prendo fiato!
        Mammamia ho davvero tale potere?
        Eppure sei tu con i tuoi capitoli a far restare incollate tante persone. Sorrido! Non ho neppure usato i messaggi subliminali!
        Mi assumo le mie responsabilità e non vorrei tu ti ritrovassi come Luca a cercare di trovare ” il momento migliore” o le parole adatte.
        Io ci sono, con tempi a volte indecifrabili ma ti assicuro che leggerò tutto! 🙂

Lasciare un commento è sempre una buona idea! B.Apfel